Il presente documento è il frutto del lavoro di sei diabetologi territoriali della Campania, riunitisi allo scopo di discutere modalità e obiettivi dell’utilizzo degli SGLT2 inibitori per la cura del diabete mellito di tipo 2, nella convinzione che la disponibilità di molecole efficaci richiami lo specialista agli obblighi dell’appropriatezza terapeutica, ovvero al rispetto del miglior rapporto rischio/beneficio. A fornire materiale al dibattito di cui proponiamo i passaggi salienti, è stata la compilazione di tre questionari percettivi focalizzati rispettivamente su 1. Criteri di scelta che conducono alla diversificazione delle strategie terapeutiche; 2. Ricadute dello studio DECLARE-TIMI 58 sull’impiego di SGLT2 inibitori nella pratica clinica; 3. Fenotipizzazione del paziente.

Nonostante i progressi della ricerca e la disponibilità di un’ampia gamma di opzioni terapeutiche consentano un buon controllo della malattia, rimane aperta la sfida, per i professionisti, di investire tempo, risorse e competenze nella gestione di un tipo di paziente che più di altri necessita di essere motivato a divenire parte attiva del percorso assistenziale: l’aderenza terapeutica, in questo caso, passa non solo per la regolare assunzione dei farmaci, ma anche per la modifica radicale dello stile di vita. Abitudini alimentari scorrette, tabagismo e sedentarietà concorrono ad aumentare il rischio di insorgenza di eventi cardiovascolari maggiori (infarto del miocardio, ictus e insufficienza vascolare degli arti inferiori), che in una persona con diabete di tipo 2 è già doppio rispetto a un soggetto non diabetico. Il motivo per cui l’aterosclerosi vascolare si sviluppa più frequentemente in questo tipo di popolazione è associato a una serie di meccanismi fisiopatologici strettamente connessi alle alterazioni metaboliche della malattia, che inducono disfunzione endoteliale, modificazione del profilo lipidico, e sviluppo di uno stato protrombotico favorito sia da una maggiore attivazione piastrinica sia da un aumento dei fattori procoagulanti, non adeguatamente controbilanciato dalla fibrinolisi endogena, che risulta compromessa. A ciò si associa, nei diabetici, la presenza concomitante di altri fattori di rischio cardiovascolare, quali ipertensione arteriosa, obesità e dislipidemia.

A complicare ulteriormente il quadro sono i risultati di numerosi trial clinici condotti sulle tradizionali terapie ipoglicemizzanti che dimostrano come il controllo dell’indice glicemico non solo non riduca il rischio cardiovascolare, ma in alcuni casi ne determini la progressione, che si ipotizza sia correlata all’induzione di stati ipoglicemici. Di qui l’importanza di una gestione multi-target delle patologie metaboliche in cui azione ipoglicemizzante, ipolipidica ed emodinamica si muovano nella stessa direzione. Recentemente l’arsenale terapeutico per il trattamento del diabete mellito di tipo 2 si è arricchito di una nuova classe di farmaci orali, gli inibitori del trasportatore renale SGLT2 (sodium-glucose transporter 2) o glifozine, la cui portata innovativa deriva dalla capacità di inibire il riassorbimento renale del glucosio, promuovendo glicosuria. Somministrati in monoterapia o in associazione con altri farmaci antidiabetici, gli inibitori del trasportatore SGLT2 sono in grado di abbinare l’effetto ipoglicemizzante alla riduzione della pressione arteriosa, del peso corporeo e dell’adiposità viscerale con un basso rischio di eventi ipoglicemici, favorendo per la prima volta una protezione sistemica dei principali fattori di rischio.

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