La nuova direttiva europea in materia di appalti pubblici, approvata dalla Camera il 17 novembre 2015, e attualmente all’esame del Senato per il via libera definitivo, sottolinea la necessità, per le Pubbliche Amministrazioni, di disporre di maggiore flessibilità nella scelta di procedure d’appalto che prevedono l’uso della negoziazione. L’esperienza maturata in seno alla Comunità europea suggerisce, infatti, che in diverse situazioni le stazioni appaltanti non siano in grado di definire da sole tutte le specifiche tecniche finanziarie o giuridiche necessarie a garantire la stipula di contratti soddisfacenti.
Ora l’Europa chiede un cambio di mentalità: il passaggio da una pubblica amministrazione cui viene richiesto di conoscere perfettamente il bene o il servizio oggetto d’acquisto a una pubblica amministrazione che deve fare del dialogo uno degli strumenti più preziosi delle sue procedure d’acquisto, mostrando così volontà e capacità di abbandonare percorsi farraginosi per sceglierne finalmente altri più snelli e senza dubbio più produttivi.

Come questa impostazione della direttiva europea possa conciliarsi con la tendenza italiana a ridurre drasticamente la discrezionalità delle stazioni appaltanti rimane ancora da verificare. Per ora, infatti, il disegno di riduzione delle stesse per favorire la nascita di una serie di soggetti aggregatori, parrebbe imperniato più sull’accorpamento di volumi che sulla loro capacità di elaborare linee guida e procedure per promuovere trasparenza e innovazione. Il rischio concreto che il sistema di aggregazione dell’acquisto di beni e servizi corre, nella convinzione che l’attività delle stazioni appaltanti sia nella maggior parte viziata da scarse trasparenza e professionalità, è che si arrivi di fatto a privarle della necessaria discrezionalità per attribuire l’intero potere decisionale ai soggetti aggregatori, che risultano però distanti dalle problematiche concrete che devono essere affrontate. Inoltre, la complessità della normativa attuale, l’inapplicabilità di alcuni istituti normativi, il proliferare di un contenzioso sterile e incentrato su dispute legate a irregolarità formali, hanno reso negli ultimi anni molto complesso il sistema di aggiudicazione degli appalti, senza peraltro costituire efficaci deterrenti per episodi di corruzione tuttora all’ordine del giorno.

La corruzione si è annidata nelle pieghe della burocrazia rendendo il sistema di gestione degli appalti sempre più inadatto alle esigenze di una pubblica gara. L’auspicio è che il nuovo codice si traduca nei fatti in una semplificazione essenziale delle procedure e che non costituisca invece un ulteriore appesantimento burocratico e normativo. Il codice dei contratti deve essere uno strumento per acquistare beni, servizi e lavori in maniera snella, efficace ed efficiente e non va pensato come strumento contro il 11 dilagare della corruzione, da affrontare e sconfiggere su piani ben diversi.

Il primo passo per un sistema di gare caratterizzato da trasparenza deve andare in direzione di una qualificazione/specializzazione dei buyer pubblici, perché è la competenza il nemico numero uno del fenomeno corruttivo, molto spesso originato da scarsa consapevolezza e superficialità più che da reale intenzione. Formare competenze, inoltre, si traduce nella necessità di lasciare margine di libertà al professionista, liberandolo da una pervasività normativa che ne impedisce responsabilizzazione e valorizzazione.

Sandra Zuzzi — Responsabile UOC Servizio Approvvigionamenti e Logistica Azienda ULSS 20 Verona e Presidente FARE

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